La guerra era finita

 

 

Noi scappiamo dalla pesantezza, e questa ci insegue, ci perseguita. Sotto forma di calore, aria, pensieri e persone. Ci sta alle calcagna, ci obbliga a chinare il capo, ad urlarci contro. Ci annulla e ci sovrasta. La pesantezza vince e regna. Semper.

Il periodo del riposo, quello in cui la mente prende respiro, quello in cui si aprono nuovi scenari, si chiariscono nelle nostre menti gli obiettivi futuri. Non accade, non sta accadendo. Non accade mai.

Eccola. La pesantezza si riversa su di noi sulle nostre anime inermi, come una falce assonnata, consapevole, lenta. Come uno spirito sadico e vigliacco, che ci infilza con il suo uncino coprendosi il volto. Da bambini non c'è. Lei esiste, ma non può fare presa sull'animo fanciullo. Può solo scivolare come acqua su di un vetro verticale. Ma poi. Poi sedimenta e diventa calcare. Più cresci e più si incrosta e si sposa con le pareti della tua anima.

Qualunque cosa accada. Qualunque sia il motivo. Il fanciullo si volta e continua come se lei non esistesse. Ma Lei sa che il momento arriverà e che quel fanciullo, prima o poi si farà uomo e sarà suo. Lo stritolerà come si fa con la sabbia inzuppata d'acqua di mare, quando passa attraverso le dita chiuse a pugno.

L'orologio a pendolo suona. Proprio come faceva da bambino: dal corridoio della casa addormentata, arrivava il lugubre suono di condanna. Ma allora non ci facevi caso. Adesso lo sai, un'altra ora è passata. Sono le due di notte. Il pendolo suona e fa paura, perché tu sei sveglio, invece dovresti dormire. Ma poi chiudi gli occhi. Per un attimo pensavi di averla intravista, di averla scorta tra le pieghe delle tue lenzuola tirate fino sopra la testa per non guardare il corridoio, il pendolo, la notte. La pesantezza c'era. Ma tu non lo sapevi. Nessuno la riconosce le primissime volte.

Ma riesci ancora ad astrarti, a rimanere in un dolce limbo di sogno, dove il centro sei tu e tutto il resto è collaterale. Non sei ancora suo in quei momenti di gaiezza cristallina. Anche la più dolce delle malinconie non è ancora un suo presagio.

Ah, che grande dono sarebbe per l'uomo adulto, vivere nella malinconia. Quanta immaginazione scaturirebbe tale stato estatico. Una benedizione senza eguali.

Da piccoli a tutti viene raccontato di una guerra. La guerra esiste, o è esistita per qualcuno della famiglia. Ha mietuto vittime, oscurato mogli nei veli del lutto, cresciuto orfani arrabbiati. 

Per i miei bisnonni è esistita. Lo so, perché ho visto dove uno di loro è morto, fucilato inerme, senza pietà, da un plotone di esecuzione tedesco. “Sono stati i tedeschi”. Dicevano. Ma lui, con quel viso lungo, da italiano, non voleva morire. Con due figli non puoi voler morire.

Poi l'altro bisnonno. Quello, l'hanno, una mattina del 1944, prelevato di forza durante un rastrellamento a tappeto, assieme al figlio diciottenne. Deportati. In Germania credo. Di loro più nessuna notizia. I racconti, misti alle illusioni e alle immagini di repertorio che ciclicamente la televisione passava, hanno alimentato nella mia mente, una specie di film, una pellicola malinconica, un tracciato fatto di immagini e suoni, musiche e spari, dove i caschetti verdi, i rami di ulivo, gli scarponi coi lacci e i fucili, la facevano da padrona. Ogni treno merci che vedevo in un film, era quello che aveva fatto scomparire i miei antenati, e con loro anche un pezzettino della mia identità. Nel mio immaginario, quelle barbarie non si sarebbero ripetute. Mai. Incredula e ingenua, mi domandavo come fosse stato possibile che nessuno, in Germania o in Polonia, si fosse accorto che c'erano i campi di concentramento. Per come noi li conosciamo. Avevo tredici anni, ero alle medie. Mi raccontarono, durante una gita di istruzione a Sant'Anna di Stazzema, che i cittadini della Germania sapevano. Così, semplicemente, la guida ce lo comunicò. Impossibile, mi dicevo. E immaginavo che se fossi stata lì, sarei andata a piedi a salvare i deportati uno per uno se fosse stato necessario. Avrei indetto una rivolta popolare, fatto foto e distribuito volantini per avvisare la gente, che accanto a loro, dei mostri uccidevano, bruciavano, mutilavano e privavano di ogni dignità degli esseri umani come loro.

Piccola. Non potevo capire. La pesantezza non aveva ancora alitato sulla mia anima azzurrina.

Amara la verità, quando ce l'hai in bocca e non vorresti nemmeno pronunciarla. Nemmeno crederci.

La favola era finita. La guerra era finita e i morti, ormai riposavano in santa pace, poiché i loro figli avevano promesso che mai e poi mai si sarebbero consumate altre disumanità simili. C'è che, nel mondo degli adulti, qualcuno ancora ci crede. Nonostante la pesantezza, nonostante il velo sia caduto, nonostante quei “volantini” adesso esistano davvero: loro credono o vogliono credere a questa immane bugia.

 

“Mamma, perché le persone che abitano in posti dove c'è la guerra, non se ne vanno, non raccolgono le loro cose in una valigia e scappano via lontano, in posti dove la guerra non può raggiungerli?”

 

“Perché hanno paura, dove vanno, così, senza meta, nel mondo?”

 

“Ci sarà pure uno spazio per loro da qualche parte, il mondo è grande e a scuola ci hanno parlato di paesi con molto spazio non ancora abitato.”

 

Pensavo davvero, che l'umanità potesse farsi un pochino più in là, e fare posto a chi scappava dalla morte. Credevo che ci fosse posto per tutti, che bastasse stringersi un pochino. Ma anche chi non fugge, anche chi sta lì, lì dove guerra non c'è, ha paura. Da bambina non mi ha mai nemmeno sfiorato il pensiero che chi fugge da un pericolo, possa a sua volta essere carnefice. Questo lo penso tutt'ora.

 

“Perché hanno paura”

 

Vuol dire che ci vuole coraggio. Sono valorosi coloro che si disperano in una fuga senza certezze. Immagino quando toccano finalmente la terra tanto agognata. Forse si chineranno a baciarla, con gli occhi chiusi, penseranno alle loro madri e ai loro padri, che ormai vecchi per un tale strapazzo, hanno salutato con la mano un'ultima volta, in un gesto lento e sciolto. Apparentemente calmi, con lo zaino sdrucito in spalla e il bimbo addormentato in braccio, hanno percorso quel vialetto buio del sobborgo, ormai divenuto un cimitero a cielo aperto.

“Madre. Padre. Nonno. Nonna. Non piangetemi più. Adesso sono qui, al sicuro. E forse non avrò più paura.