Da sempre ho frequentato il mondo della bottega dove ho imparato i segreti dell’antico metodo di fusione a cera persa. Tale eredità, la si può si può scorgere nei materiali che utilizzo per creare le mie opere; materiali usati solitamente per il processo di fusione, vengono decontestualizzati ed estrapolati dal loro linguaggio artigianale originario.

Sovvertire le carte di questo antico procedimento - celebrando un’estetica processuale intessuta da caratteristiche filosofiche e antropologiche - mi permette di decifrare e riscoprire i valori del “Ricordo” e della “Spiritualità”, valori connessi inesorabilmente alla fragilità umana, presente nelle “cose umane” e negli oggetti, che diventano giacenze di memorie del passato.

I materiali delegati alla rappresentazione scultorea universale, divengono mio personale strumento di indagine sugli ex-voto, sulle reliquie e sulle icone moderne come manifestazioni dell’estetica contemporanea. Oggetti solitamente sfruttati, presto dimenticati e gettati, divengono soggetti e cambiano aspetto, permettendo allo spettatore di assistere a questa trasformazione funzionale: la cera che modellata da medium diviene il fine, le terre refrattarie che fungono da scenografia: tutto cambia apparentemente fisionomia, destinazione e ci rammenta attraverso questo cambiamento, la caducità della vita e quella sottile bellezza insita nelle trame della elementi e delle forme.

 

LA FORMA DELLA MEMORIA COME CONCERTO E COMPRESSIONE DI FORME

 

Così vengono chiamate nel gergo della bottega: “forme di fusione”, ovvero quei bozzoli irregolari che contengono le terre refrattarie e al loro interno ancora, la cavità che prima della cottura conteneva la cera, ora disciolta, bruciata ed evaporata. Una segreta intercapedine pronta ad accogliere un fiotto di metallo fuso, un vuoto pronto a riempirsi e a prendere la forma dell’Idea. Finito il processo, le forme vengono aperte, e le fasce in iuta e gesso che le contenevano, relegate a rifiuto.

Ho accumulato, catalogato e scelto, quelli che chiamo volgarmente cilindri.

Vederli lì, ammassati gli uni sugli altri, vuoti come i gusci delle cicale, ha suscitato in me un moto di infinita tenerezza. E la tenerezza per le cose precarie, è la peggiore delle malinconie.

I cilindri ora, erano naufraghi, dispersi e dimenticati, ora spoglie umane mute e dolenti, ora antiche pergamene ritrovate dopo millenni di attesa: dei totem del ricordo.

La perdita della memoria, equivale alla perdita dell’identità e questo è un viaggio in un tempo immaginato, dove i cilindri sono le mie pagine bianche e io sono il medium di memorie disperse. Dopo mesi di fitta nebbia riesco a vedere come una mistica, rievocando attraverso il disegno, reliquie di immagini lontane, ammassate sotto gli strati della memoria.

Quasi una rievocazione, un rituale ancestrale attraverso il quale riconosco, annoto e mi faccio da tramite, fino a farne comparire i segni: sono volti dagli occhi socchiusi o dagli sguardi inquisitori, corone di mirto, panneggi abbandonati, animali silvani e sfuggenti, oggetti in disuso, incubi.

Tutti quanti trovano posto in una vasta composizione in una grande installazione perpetua e sempiterna, come il tempo che la crea.

Ogni giorno che viviamo su questa terra, infatti, produciamo istantanei ricordi che vanno a depositarsi in una stratificazione continua e incessante a cui noi continuamente attingiamo per poter seguitare a vivere. Ogni ricordo è impregnato di interferenze, fatte di racconti e di immagini create dalla coscienza, ma anche da ombre di cui non conosciamo né la forma né la provenienza.

L’inquietudine dell’animo umano si nutre di rimembranze sopite, che riaffiorano spontaneamente, come piccole Epifanie.

 Anche la natura di cui facciamo parte, gli animali e i vegetali, posseggono tali peculiarità? Questo non è certo, ma è possibile che la natura comunichi il suo tempo vissuto attraverso i nostri occhi e le nostre azioni, e si manifesti attraverso percezioni sensoriali e mnemoniche?

Così, mi metto in diretta osservazione di me come fenomeno, come particella di questa natura immanente che tutto contiene e riscopro gesti già usati, immagini già viste, sensazioni già provate e tramandate da secoli da essere umano in essere umano.

E mentre passeggio in mezzo ai miei cilindri, eretti come edifici del tempo che fu o come tronchi di sequoie in una foresta, mi rendo conto che i ricordi del mondo anche quelli di vite che non sono la mia, fanno parte di una memoria collettiva e complessa, si affastellano gli uni sugli altri creando cumuli, blocchi e strati di materia, rimembrandoci che siamo una piccola parte del tutto.

 

 

 

 

 THE SHAPE OF MEMORY AS A SYMPOSIUM AND CONDENSATION OF SHAPES

 

Casts’ (casting shapes, forme di fusione) is the name we give to those irregularly shaped containers that contain a shell of refractories, hiding the empty cavity that hosted wax that melted and evaporated away. An hidden nook comfortingly welcoming a rush of molten metal, a void giving shape to an Idea. Once that work is done, the casts are opened and then their envelopes are discarded and thrown away. I collected, categorised and carefully picked what are commonly called ‘cylinders’. I could not help but to feel an overwhelming pity toward those empty cicada shells, carelessly piled up one upon one another. Feeling pity toward impermanent things is the worst kind of melancholy. Those cylinders were thus so lost, forgotten castaways, sorrowful human remains at times, ancient parchments at other times, like mnemonic totems.

Loss of memories equates to loss of identity. We are travelling through an imaginary time where these cylinders become blank pages for me to bind memories onto them. Like finding a way out through months of thick fog, I get a mystic vision that allows me to draw far gone relics of lost images, deeply concealed under piles of memories. Almost like it was an ancestral evocation ritual, I recognise, take notice, and then become the medium myself, bringing out signs: half-open eyes on inquisitive faces, myrtle crowns, lost draperies, woodland creatures, obsolete tools, nightmares. Each thing finds its place among a permanent, perpetual humongous art installation that pays tribute to time itself, its creator. Each day we live on Earth produces instantaneous memories incessantly stratifying onto one another, becoming the source of life itself for any of us. Each memory permeated by interfering stories and consciousnesses, other than shadows of the unknown. The human soul is restless and feeds itself on slumbering memories, resurfacing spontaneously like brief epiphanies. Is nature itself, every living creature, made this way? We cannot be sure of that, but it is possible that nature is able to reveal the flow of time through our lives and manifest itself through memory and senses. Thus, I shall mindfully observe myself at a distance, as a natural phenomenon that happens in universal immanence, recovering past gestures, images, feelings that humans have time and time again left in heritage for posterity. And as I stroll around my cylinders that remind me of ancient buildings and oak trees in a forest, I realise that all memories are shared, in the whole world, between lives other than mine; an intricate collective of encrusted blocks of complexities and disparate materials, to remind us how each of us is but a tiny part of the whole.

 

General concept of the research:

 

Since my earliest memories I would be poking around and be curious about the family’s artisanal workshop and the world pertaining to it, and thanks to these experiences I learnt all about the ancient art of lost-wax casting and its secrets. It came to be my heirloom and one could say that that is apparent in the care I take when choosing the best materials to forge my artworks; these, usually relegated to be used as casting tools, are being taken out of their context and deconstructed from their original artisanal semantics. Subverting the rules and bringing innovation to this ancient process - while at the same time celebrating its philosophical and anthropological roots - allows me to decipher and bring to new life the values of Memory and Spirituality, which are intrinsically bound to the human condition and its fragility; an impermanence that permeates anything Human and any artwork, crystallizing memories of the past. Materials universally appointed as means of sculptural imaging, are forged into my own tools to examine votives, reliquaries and modern icons to represent contemporary aesthetics. Items which are usually exploited, soon to be discarded and forgotten, are transformed into new objects and brought to focus on the foreground, letting anyone enjoy the evolution of their function. Wax becomes an end in itself. Refractories give life to background sceneries. Each item is assigned a new role and a new visage to let us remind ourselves about the fragility of life and the fine beauty intrinsically intertwined between form and textures. 

STATIC COMPOSITION IN MOTION

"Static composition in motion", opera site specific per Palazzo Naiadi, Roma

2019


Hypnosis 

Site specific presso "La Fustaia"  (La Spezia)



Quello che più mi attrae: una scatola su di un tavolo, un piccolo cassetto, una tenda che malcela un ambiente fecondo.

Quello che più mi muove: la voglia di aprire, di "trovare", di vedere ciò che è nascosto.

La curiosità morbosa.

 

Un reliquiario sospeso, ha la forma di chi è stato uomo prima.

Lucente, che ti attrae anche se non vorresti.

Uno scrigno dorato, fatto per aprirsi infinite volte.

Infinite sono le volte in cui ti trovi a richiuderlo.

 

Emerge distorta un'immagine vacua (sono Io?). Rimane dentro, per sempre imprigionata.

Io, reliquia. io reliquiario.