Perché la parola è arte anch'essa. Assieme alle altre espressioni, dà forma al pensiero, celebra la vita.

 

 

 

Reliquia come lascito dell'animo umano

Reliquia come lascito dell'animo umano. Assenza, come un fardello troppo pesante per l'uomo che vuole dimenticare.

 

 

 

Nessuno si accorge di te, fino a che non nota la tua assenza. In tua presenza risulta assai facile. Ma senza…

 

Passeggi in un orto, è agosto. Tutto è già troppo maturo.

 

L'erba esala un fiato umido di rame

 

e le polpe calde dei pomodori a malapena contenute

 

dalle sottili membrane, pelli sull'orlo di una impercettibile rottura.

 

Sul fogliame uno scintillio, un luccicare umido di chiocciola o forse una lumaca. Eppure non c'è. Ma sai che c'era, che c'è stato un momento in cui ha percorso una strada. E lì la traccia permane sottile ma decisa. Ecco una reliquia, Profana e Minima, di vita.

 

 

 

Può essere l'anima una reliquia?

 

Altrimenti come spiegare ciò che il tempo lascia

 

nelle e sulle nostre cose? Su oggetti inanimati vi sono tracce di anima?

 

Come spiegare allora, il sordo tonfo che fa il cuore

 

quando vediamo immagini che non hanno senso apparente, ma il nostro Io più profondo lo coglie, prima che la ragione possa fare anche un solo passo?

 

 

 

Gli occhiali, semplici, da vista. Li vediamo su un tavolo di casa. E sono occhiali. Li vediamo accatastati, sopra una montagna di altre migliaia di occhiali. E sono la morte. E questa morte è la presenza, la testimonianza stessa di quelli che li portavano, che col dito se li tiravano sul naso, che li pulivano con la manica della camicia.

 

Certo, qualcuno può ragionevolmente dire che c'è in gioco il fattore Conoscenza.

 

Sarebbe questo allora a scatenare quella compassione primordiale? Quel rispetto, quella venerazione verso la vita che non c'è più ma di fatti si è manifestata in un oggetto, in un resto, una Reliquia?

 

Non solo femori, capelli e mantelli di santi. Una reliquia per un'anima, un'anima per una reliquia.

 

 

 

Sei ancora nell'orto e osservi la scia di bava che si secca al sole. Quasi ti sfiora l'insano pensiero di seguirla, tra le lattughe e il prezzemolo continuando, al di là delle zucchine. Quasi ti sembra di vederla apparire lì davanti, da un momento all'altro, la bestiola, la grande assente.

 

La Reliquia è muta. Di un mutismo agognante, disperato e folle, un mutismo che sta per spiccare parola. E noi, nella nostra venerazione, tendiamo l'orecchio come se ci aspettassimo di sentire quella voce, che rompe gli argini del tempo, del reale, che diventa stregoneria. Aspettiamo di essere spaventati da quel qualcosa. Ma questo non accade mai(quasi, magari ai medium, o agli sciamani).

 

Così ci troviamo a collezionare quelle voci trattenute, nelle cose nei ricordi, in un cappello, in una foto. E le veneriamo. E aspettiamo. Ma di certo (forse) non accadrà nulla. O forse, mentre sovrappensiero, ti starai pettinando i capelli allo specchio, sentirai una voce lontana e distorta provenire dal ventre della casa, una voce col tuo nome dentro.

Lui, lei, con i suoi affetti e difetti, sta forse ancora lì muto o muta a proiettare nelle nostre menti delle polverose diapositive, a provocarci dei sussulti spettrali. Ci aspettiamo di sentirla. Sembra tutto vero. Anche se lontano, anche se fa male. Le Reliquie soggettive ci sono, sono tra noi se noi ci siamo ad aspettarle, se crediamo in loro, o crediamo almeno di vederle.

 

Ma

 

Ti renderai conto di essere sola, lì, in quel momento.

 

Ti dirai – forse era il vento- e cercherai

 

di convincertene, mentre chiuderai la finestra, mentre ti spaventerà l'immobilità austera delle foglie degli ulivi.

Moto immobile

 

Signora, la bambina non sta attenta, non ascolta, la sorprendo a guardare fuori dalla finestra, con la testa tra le nuvole, sempre distratta. Questo è il motivo della nota di richiamo”.

 

Imparare la primavera, seguendo una voce che ce la descrive, con frasi fatte e finite, quando lei era fuori che scoppiava in tutto il suo splendore…

Come potevo ignorare quella rondine dal petto di latte, che volava vicino alla mia finestra? Impossibile. Come facevo poi a non pensare ai nidi di rondine che un parente diceva di aver mangiato e come si può mangiare un nido fatto di fango e saliva di animale? Orrido!

Ah! la maestra mi richiama, ecco che mi sgrida. Guardavo solo fuori ...e mi sgrida. Va bene, cercherò di fissare la grande lavagna nera, magari leggendo varie volte quello che vedo scritto. Leggo: A primavera fioriscono i fiori, tutto il mondo è colorato. Forse come quel balcone, lontano lontano…. mi fissa assieme ai suoi gerani rossi. Belli. Scendono giù dai vasi, sembrano capelli ricci, proprio quelli della principessa dai capelli rame, quella che vive nella torre e butta giù la lunga e pesante treccia per far salire il principe che deve liberarla…. Ma non le faranno male?Dico, non si stacca così il cuoio capelluto dalle ossa del cranio?… che strano. Orrido. “Valentina!”

Eccola di nuovo. Va bene, adesso ascolto. Di a da in con su per tra fra. Che un po' sembra: Supercalifragilistichespiralidoso…

 

 

Signora, la bambina disegna di C O N T I N U O. Su tutto. Mentre spiego, se ne sta lì a disegnare. Con il lapis, per carità, ma ha ricoperto di “scarabocchi” l'intero banco. L'ho dovuta punire, mi spiace, facendole cancellare con la gomma ogni segno,durante l'ora di ricreazione”.

 

Tra poco è estate. La scuola finisce perché è troppo caldo per venire a scuola.

Sento le voci dei miei amici che stanno fuori in giardino. Urlano, ridono. Giocano. Cancellare con la gomma su una superficie di legno lucido non è una grande idea. Bastava uno straccio e un pochino di acqua fredda. Ma la maestra ha detto -Hai sporcato, ora ti metti lì con la gomma e cancelli!-

Lo sporco è una damigella con un lungo vestito che ondeggia assieme a lei, che balla con lei. Balla il valzer. Quello che ascolto a capodanno assieme al nonno, quello che lo fa piangere. Balla con gli occhi chiusi, è di profilo. Ha un cagnolino al guinzaglio e accanto a lui c'è un elefante. Come sono belli gli elefanti. Sembrano delle mongolfiere viventi, poi non hanno le braccia come noi e per prendere le cose, usano una morbida proboscide, che poi è un naso. Prendono le cose col naso. Fatto. Cancellato. La ricreazione è finita.

 

 

Signora, come spiegare alla bambina che a scuola si deve stare seduti al proprio banco? Ogni due minuti si muove sulla sedia, cerca di alzarsi, insomma, non sta mai ferma!”

 

Da grande voglio fare la ballerina di tip tap.

Voglio un berretto nero tipo quello dei pagliacci, stondato sopra. Il frac e la camicia bianca. E poi le scarpette lucide, quelle che fanno cloppete clap clip… Ballerò tutto il giorno e tutti mi faranno un sacco di applausi.

Vuoi stare ferma con quei piedi sotto il banco?!”

Ecco, la maestra vuole che stia ferma. Immobile come un palo della luce. Con gli occhi fissi sulla sua facciona di focaccia che parla. Devo ricordarmi di tenere fermi i piedi mentre faccio finta di ascoltare, mentre sogno.

Ah, già, il tip tap. Però ho visto anche un altro ballo in televisione. Quello mi piace anche di più, si chiama rock and roll acrobatico. La ballerina saltella assieme ad un ballerino e poi lui la fa saltare in aria e le fa fare il giro della morte (perché se cade muore e si tronca il collo in due, ha detto il babbo). Ma non posso morire per un ballo. Potrei ballare senza giro della morte, solo saltellando al ritmo della musica.

Insomma, basta! Alla lavagna, così ti muovi per qualcosa”

No. Ti prego no, alla lavagna no. Vorrei alzarmi, ma i miei piedini stanno fermi. Ho paura di andare alla lavagna. Vado.

Devo scrivere la frase che mi detta. Sento gli occhi di tutti dietro di me. Ho caldo. Stanno in silenzio e fissano la mia manina che scrive. Alcuni ridono. Perché? Oh mamma! La parola, l'ho persa, aspetta, che ha detto, dopo l'altra parola, quell'altra non l'ultima che ho scritto… Non lo so, non lo so. Mi sgrida, mi manda al mio posto. Mi viene da piangere. Piango.

 

 

Signora, sua figlia è dotata di una fervida fantasia, scrive molto bene, riesce ad esprimere concetti anche difficili. Tuttavia nel tema che abbiamo dato alla classe, non ha saputo rimanere all'interno della traccia. Insomma, è andata fuori tema, come si suol dire”.

 

 

Quando proprio non ho fame, c'è sempre qualcuno in famiglia, che mi dice : guarda che ci sono bambini che non hanno da mangiare!

Nel tema sulla povertà, ho scritto del mio grande progetto. Ogni volta che un bambino non vuol mangiare o non ha più fame, mettiamo tutto dentro un grande camion e portiamo questo ben di Dio ai bimbi poveri. Così, loro avranno da mangiare (perché se è vero quello che ci hanno detto a scuola, la parte ricca del mondo potrebbe sfamare quella povera senza morire di fame affatto) e nessun grande ci direbbe più quella frase sciocca. Cavolo, se non hanno da mangiare e io ne ho troppo, che aspettiamo a portarglielo? A volte gli adulti sono così stupidi.

 

 

Perché non ero docile, calma, passiva, ragionevolmente sottomessa come volevano.

Perché il mio spirito volava e volerà sempre alto e nessuno potrà né ingabbiarlo, né tantomeno possederlo, comprandolo. E io posso venderne i frutti, che sono il mio lavoro intellettuale e manuale, ma il moto immobile che lo anima, rimarrà sempre astratto e inafferrabile.

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Decomposto

Ciò che cade può essere rialzato, rimesso a posto, ricomposto.

Ciò che decade invece, rimane come invischiato in una melma putrida, un pesante passato che ricopre, quale mantello, ciò che il tempo ha decomposto.

 

Quello che rimane

                       altro che un corpo

                                               forse vivo

                                                         forse morto.

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La guerra era finita

 

 

Noi scappiamo dalla pesantezza, e questa ci insegue, ci perseguita. Sotto forma di calore, aria, pensieri e persone. Ci sta alle calcagna, ci obbliga a chinare il capo, ad urlarci contro. Ci annulla e ci sovrasta. La pesantezza vince e regna. Semper.

Il periodo del riposo, quello in cui la mente prende respiro, quello in cui si aprono nuovi scenari, si chiariscono nelle nostre menti gli obiettivi futuri. Non accade, non sta accadendo. Non accade mai.

Eccola. La pesantezza si riversa su di noi sulle nostre anime inermi, come una falce assonnata, consapevole, lenta. Come uno spirito sadico e vigliacco, che ci infilza con il suo uncino coprendosi il volto. Da bambini non c'è. Lei esiste, ma non può fare presa sull'animo fanciullo. Può solo scivolare come acqua su di un vetro verticale. Ma poi. Poi sedimenta e diventa calcare. Più cresci e più si incrosta e si sposa con le pareti della tua anima.

Qualunque cosa accada. Qualunque sia il motivo. Il fanciullo si volta e continua come se lei non esistesse. Ma Lei sa che il momento arriverà e che quel fanciullo, prima o poi si farà uomo e sarà suo. Lo stritolerà come si fa con la sabbia inzuppata d'acqua di mare, quando passa attraverso le dita chiuse a pugno.

L'orologio a pendolo suona. Proprio come faceva da bambino: dal corridoio della casa addormentata, arrivava il lugubre suono di condanna. Ma allora non ci facevi caso. Adesso lo sai, un'altra ora è passata. Sono le due di notte. Il pendolo suona e fa paura, perché tu sei sveglio, invece dovresti dormire. Ma poi chiudi gli occhi. Per un attimo pensavi di averla intravista, di averla scorta tra le pieghe delle tue lenzuola tirate fino sopra la testa per non guardare il corridoio, il pendolo, la notte. La pesantezza c'era. Ma tu non lo sapevi. Nessuno la riconosce le primissime volte.

Ma riesci ancora ad astrarti, a rimanere in un dolce limbo di sogno, dove il centro sei tu e tutto il resto è collaterale. Non sei ancora suo in quei momenti di gaiezza cristallina. Anche la più dolce delle malinconie non è ancora un suo presagio.

Ah, che grande dono sarebbe per l'uomo adulto, vivere nella malinconia. Quanta immaginazione scaturirebbe tale stato estatico. Una benedizione senza eguali.

Da piccoli a tutti viene raccontato di una guerra. La guerra esiste, o è esistita per qualcuno della famiglia. Ha mietuto vittime, oscurato mogli nei veli del lutto, cresciuto orfani arrabbiati. 

Per i miei bisnonni è esistita. Lo so, perché ho visto dove uno di loro è morto, fucilato inerme, senza pietà, da un plotone di esecuzione tedesco. “Sono stati i tedeschi”. Dicevano. Ma lui, con quel viso lungo, da italiano, non voleva morire. Con due figli non puoi voler morire.

Poi l'altro bisnonno. Quello, l'hanno, una mattina del 1944, prelevato di forza durante un rastrellamento a tappeto, assieme al figlio diciottenne. Deportati. In Germania credo. Di loro più nessuna notizia. I racconti, misti alle illusioni e alle immagini di repertorio che ciclicamente la televisione passava, hanno alimentato nella mia mente, una specie di film, una pellicola malinconica, un tracciato fatto di immagini e suoni, musiche e spari, dove i caschetti verdi, i rami di ulivo, gli scarponi coi lacci e i fucili, la facevano da padrona. Ogni treno merci che vedevo in un film, era quello che aveva fatto scomparire i miei antenati, e con loro anche un pezzettino della mia identità. Nel mio immaginario, quelle barbarie non si sarebbero ripetute. Mai. Incredula e ingenua, mi domandavo come fosse stato possibile che nessuno, in Germania o in Polonia, si fosse accorto che c'erano i campi di concentramento. Per come noi li conosciamo. Avevo tredici anni, ero alle medie. Mi raccontarono, durante una gita di istruzione a Sant'Anna di Stazzema, che i cittadini della Germania sapevano. Così, semplicemente, la guida ce lo comunicò. Impossibile, mi dicevo. E immaginavo che se fossi stata lì, sarei andata a piedi a salvare i deportati uno per uno se fosse stato necessario. Avrei indetto una rivolta popolare, fatto foto e distribuito volantini per avvisare la gente, che accanto a loro, dei mostri uccidevano, bruciavano, mutilavano e privavano di ogni dignità degli esseri umani come loro.

Piccola. Non potevo capire. La pesantezza non aveva ancora alitato sulla mia anima azzurrina.

Amara la verità, quando ce l'hai in bocca e non vorresti nemmeno pronunciarla. Nemmeno crederci.

La favola era finita. La guerra era finita e i morti, ormai riposavano in santa pace, poiché i loro figli avevano promesso che mai e poi mai si sarebbero consumate altre disumanità simili. C'è che, nel mondo degli adulti, qualcuno ancora ci crede. Nonostante la pesantezza, nonostante il velo sia caduto, nonostante quei “volantini” adesso esistano davvero: loro credono o vogliono credere a questa immane bugia.

 

“Mamma, perché le persone che abitano in posti dove c'è la guerra, non se ne vanno, non raccolgono le loro cose in una valigia e scappano via lontano, in posti dove la guerra non può raggiungerli?”

 

“Perché hanno paura, dove vanno, così, senza meta, nel mondo?”

 

“Ci sarà pure uno spazio per loro da qualche parte, il mondo è grande e a scuola ci hanno parlato di paesi con molto spazio non ancora abitato.”

 

Pensavo davvero, che l'umanità potesse farsi un pochino più in là, e fare posto a chi scappava dalla morte. Credevo che ci fosse posto per tutti, che bastasse stringersi un pochino. Ma anche chi non fugge, anche chi sta lì, lì dove guerra non c'è, ha paura. Da bambina non mi ha mai nemmeno sfiorato il pensiero che chi fugge da un pericolo, possa a sua volta essere carnefice. Questo lo penso tutt'ora.

 

“Perché hanno paura”

 

Vuol dire che ci vuole coraggio. Sono valorosi coloro che si disperano in una fuga senza certezze. Immagino quando toccano finalmente la terra tanto agognata. Forse si chineranno a baciarla, con gli occhi chiusi, penseranno alle loro madri e ai loro padri, che ormai vecchi per un tale strapazzo, hanno salutato con la mano un'ultima volta, in un gesto lento e sciolto. Apparentemente calmi, con lo zaino sdrucito in spalla e il bimbo addormentato in braccio, hanno percorso quel vialetto buio del sobborgo, ormai divenuto un cimitero a cielo aperto.

“Madre. Padre. Nonno. Nonna. Non piangetemi più. Adesso sono qui, al sicuro. E forse non avrò più paura.

 

 

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