L'ANIMA SACRA DELLE COSE

A CURA DI RAFFAELLA SALATO: PALAZZO NAIADI, ROMA, 12 DICEMBRE 2019-31 GENNAIO 2020

L'ANIMA SACRA DELLE COSE

a cura di Raffaella Salato

 

«Tutte le cose sono piene di dèi.» (Talete)

L’arte di Valentina Lucarini Orejon racchiude in sé una summa di suggestioni ed ispirazioni che derivano tanto dalla religione quanto dalla filosofia, strizzando l’occhio all’antropologia culturale ed alla psicanalisi, cosicché nelle sculture di questa talentuosa artista è possibile rintracciare innumerevoli richiami differenti, ma tra loro complementari, a larga parte della tradizione di pensiero del mondo occidentale.

Il filo conduttore della ricerca dell’artista è da rinvenirsi in quell’importante oggetto di venerazione proprio della religione cristiana che è la reliquia, la quale diviene il tramite “terreno” tra il fedele e Dio (oppure il santo) a cui chiedere la grazia, il “voto”. La religiosità popolare fa sì che molti cattolici ritengano infatti, attraverso le reliquie, di poter chiedere più efficacemente l'intercessione del santo a cui esse sono connesse. Così, ad esempio, la persona che domanda una grazia (“ex voto suscepto”), per sé o per altri, può visitare il luogo in cui la reliquia è custodita, e – se permesso – toccarla o baciarla. In tal caso non è tuttavia l'atto in sé ad avere efficacia, bensì la preghiera che ad esso si accompagna, e anche questa solo in quanto la grazia richiesta viene concessa per libera scelta di Dio.

 

Ma cosa sta ad indicare, precisamente, il termine “reliquia”? Esso (dal latino reliquiae, che significa “resti”) definisce, in senso stretto, la salma, o una parte di essa, di una persona venerata come santo o beato. In senso lato, una reliquia è un qualsiasi oggetto che abbia avuto con i santi una più o meno diretta connessione, come vesti, strumenti del martirio o qualsiasi cosa essi utilizzarono in vita. È innegabile, tuttavia, che tra le prime reliquie cristiane vi furono quelle costituite dai corpi dei martiri delle persecuzioni dei primi secoli, che sono generalmente conservati in sarcofagi o, a volte, in urne di cristallo che ne permettono la visione. Le reliquie di piccole dimensioni sono invece solitamente custodite in oggetti di uso liturgico, detti reliquiari, il cui uso data almeno dal V secolo. I reliquiari spesso sono capolavori di alta oreficeria, normalmente posseduti da chiese o altri enti religiosi, ma non di rado hanno la forma della parte del corpo contenuta (es. braccio o piede) o di altri oggetti. 

Valentina Lucarini Orejon attinge a questo ricco bagaglio di tradizioni del cristianesimo popolare per darne una propria personalissima lettura, non disgiunta per un verso da un compiaciuto e sapiente esercizio di stile legato al mito della classicità e della citazione dell'antico, e per l’altro da un’eclettica tendenza ad ampliare a dismisura il campo della propria indagine, cercando in diverse dottrine ciò che è affine per armonizzarlo in una nuova e appassionante sintesi. Ecco dunque le opere, in bronzo o in gesso, che rappresentano parti del corpo di un ipotetico santo o Messia, mirabili sezioni – dolenti ma affascinanti nella loro perfezione estetica – di un tutto che non esiste più, eppure è prepotentemente presente nella nostra esistenza mortale con una fisicità espressa in ogni minimo dettaglio.

 

Dal punto di vista stilistico, è evidente che la potenza figurativa di sculture quali “Hypnosis” o “Ex Voto I” o “Alba Bianca”, evocatrici di episodi biblici come la Crocifissione o la Deposizione di Cristo, trae origine dall’indiscutibile esperienza dell’artista, nata in una famiglia di fonditori e cresciuta – circondata da artigiani di comprovato talento e da artisti di fama internazionale – nella rinomata Fonderia Artistica Versiliese di Pietrasanta, di proprietà del padre e degli zii. Valentina Lucarini Orejon – la quale, non a caso laureata con lode all’Accademia di Belle Arti di Carrara, realizza le proprie opere senza intermediari, eseguendone personalmente ogni passaggio – interpreta la propria ricerca con grande senso estetico e plastico. In lei è intimamente presente la lezione dei grandi scultori che hanno transitato negli anni nel laboratorio di famiglia, ed il codice di riferimento principale risulta essere l’insieme degli archetipi della classicità, spesso felicemente contaminati da iconografie ricorrenti nel mondo del teatro, delle tradizioni popolari o della letteratura (pensiamo ad esempio a “Fragmentum”, alla serie “Icona”, o alla monumentale opera “Modern Icon”).

 

È così che l’elegante perfezione formale delle figure viene stemperata dai filtri concettuali attraverso cui l’artista distilla la propria ricerca, che sono – come detto – la tradizione religiosa tipica della storia della cristianità, ma anche il mythos di matrice greco-romana, i simboli significanti che derivano dall’osservazione attenta e sensibile del mondo che la circonda (uno su tutti il nido, portatore di un messaggio che è pregno, al contempo, di fragilità e potenza), e, non ultimi, i ricordi di infanzia che tutto inglobano, trasfigurano e sublimano (l’opera “Pina Nera” deriva infatti da un vecchio gioco di bambine, ed il copricapo delle figure femminili è di ispirazione medioevale).

Valentina Lucarini Orejon non vuole, infatti, ricreare fedelmente i linguaggi dell’arte classica, ma piuttosto reinterpretarli alla sua maniera, ed il risultato finale è la creazione di una serie di opere di sapore quasi metafisico (“Mystic Gate”, ad esempio, è quasi una porta di accesso ad un mondo ignoto, ad una dimensione “altra”), avvolte da atmosfere ultraterrene anche quando rappresentano parti del corpo fatte di carne, vene e muscoli, opere che sembrano esistere in primo luogo per creare un rapporto biunivoco ed indissolubile tra l’uomo e l’universo.

In questo solco concettuale, non è infrequente rinvenire nelle sculture di Lucarini Orejon un richiamo forte a certe suggestioni di matrice animista. L'animismo, in antropologia, definisce quell'insieme di religioni o culti nel quale viene attribuita qualità divina o soprannaturale a oggetti, luoghi o esseri materiali (l’espressione fu coniata nel 1871 dall’antropologo inglese Edward Tylor). Le religioni animiste non considerano dunque le divinità come esseri puramente trascendenti, bensì attribuiscono proprietà spirituali a determinate realtà fisiche. La loro denominazione trae origine da un certo grado di identificazione tra principio spirituale divino (anima) e aspetto materiale di esseri viventi, oggetti inanimati o fenomeni della natura. Opere quali “Nido”, “Ala”, “Angelus”, incastonate in composizioni che ricordano le pale d’altare, incarnano perfettamente la concezione dell’artista secondo cui l’intero universo è pervaso da una comune Anima del Mondo, un principio vitale indistruttibile che non muore mai, bensì si trasforma continuamente, come peraltro già sosteneva – quattro secoli prima di Cristo – Platone.

 

 

L’anima sacra delle cose è appunto questo: un viaggio attraverso l’Anima del Mondo, il principio eterno ed incorporeo che tutto pervade e che a tutto dà un senso, attraverso gli individui o le “cose” (inteso, con quest’ultimo termine, che è il più indeterminato e il più comprensivo della lingua italiana, tutto quanto esiste di concreto o astratto, di materiale o ideale) in cui trova la propria temporanea dimora, ed i cui resti ci rimangono quali spoglie corporee – reliquie – del suo passaggio.

A questo proposito, vale la pena riportare le parole della stessa artista Valentina Lucarini Orejon, che ben sintetizza l’essenza della propria ricerca, lasciando tuttavia allo spettatore l’ultima parola: «Nella tradizione cristiana, la reliquia è ogni resto del corpo o anche ogni oggetto che è o si presume appartenuto o connesso ad una persona venerata come santa. Letteralmente, sono degli avanzi di quanto è andato distrutto e perduto, o i resti di una persona morta. Attraverso le mie due serie di opere “Reliquie” e “Modern Icons” cerco di decifrare cosa significhino e cosa siano, per me, i valori del Ricordo e della Presenza; valori non religiosi ma spirituali connessi inesorabilmente alla fragilità umana presente nelle “cose” umane, negli oggetti, che diventano giacenze di memorie del passato. Ricomporre memorie inconsce, accostando a tali resti inorganici, frammenti apparentemente organici: strutture fisiche e muscolari palpitanti evocanti la forza che lega il corpo all'anima. (…) Può essere l'anima una reliquia? Altrimenti come spiegare ciò che il tempo lascia nelle e sulle nostre cose? Su oggetti inanimati vi sono tracce di anima? Come spiegare allora, il sordo tonfo che fa il cuore quando vediamo immagini che non hanno senso apparente, ma il nostro Io più profondo lo coglie, prima che la ragione possa fare anche un solo passo?».

 

In mostra – oltre ad una serie di disegni preparatori in china, grafite e carboncino, che danno conto dell’abile tecnica dell’artista; oltre ad una composizione dal titolo “Static Composition in Motion” che è quasi una wunderkammer in miniatura, realizzata con opere in bronzo, marmo, gesso, rame e legno, con vasi di recupero e la radice scavata e sabbiata di un limone; oltre, infine, ad un’installazione fatta con i cilindri che in laboratorio la Lucarini Orejon utilizza per fasciare le forme prima della fusione in bronzo, reinterpretati di volta in volta con originale estro e trasformate esse stesse in sculture – anche l’inedita opera in marmo dal titolo “Anima Sacra”, creata appositamente per il progetto, nella quale qualcosa di assolutamente immateriale – il profumo – diviene esso stesso oggetto, come già accadde (ovviamente con le dovute proporzioni) per la colonna di vapore nella monumentale opera di Anish Kapoor del 2011 dal titolo “Ascension”. Il piede di purissima materia che trasuda essenza incorporea, altro non è che l’elemento rivelatore, come lo furono per Marcel Proust le famose madeleines ne “La ricerca del tempo perduto”, atto a rievocare ciò che l’artista – ma da par suo lo spettatore – credeva perduto: la memoria del proprio passato, ovvero l’anima sacra del proprio mondo interiore.

 

 

Raffaella Salato, curatrice


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